LA MELODIA BLU. DINO CAMPANA E IL DIAPASON DELLA COMPLICITA' DI STRATEGIE ARTISTICHE

di Mario Parodi

 

“Io vidi dal ponte della nave
i colli di Spagna
svanire, nel verde
dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
come una melodia:
d’ignota scena una fanciulla sola
come una melodia
blu, sulla riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
pure i dorati silenzii ad ora ad ora varcaron lentamente in un azzurreggiare:..”

 

 

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E' questo l'incipit di “Viaggio a Montevideo”, con “La chimera” e “Genova” una delle poesie più conosciute di Dino Campana, lo straordinario poeta di Marradi, vissuto fra il 1885 e il 1932, ma che venne internato in manicomio dal 1918, quattro anni dopo averci lasciato con i “Canti orfici” una impronta decisiva per lo svecchiamento della letteratura italiana. Campana seppe trasportare e dare una impronta personale e foriera di nuovi orizzonti alla fondamentale esperienza del Simbolismo francese che si era nel frattempo esaurito.

Ci scorgono in questo incipit le grandi novità delle corrispondenze sensoriali di Baudelaire e del viaggio visionario di Rimbaud. Ma ci pare che in Campana, il poeta onirico per antonomasia, musica, pittura e parola siano amalgamate dal fascino della fantasia in una dimensione coesa, pur nella vertigine delle sensazioni emotive.

Una poesia dove la musicalità e i segni cromatici si uniscono visceralmente alla magia della parola, dove proprio in quella “melodia blu” il sogno pare trovare il suo habitat naturale.

Certamente è poesia e quindi l'ultima parola spetta alla parola, ma qui vi è nel materiale del poeta una suggestione pura, come lo sono i colori per la pittura informale.

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