UN TEMA POCO INDAGATO: LO STUDIO DELL’ARTISTA

 

di Massimo Centini

Lo studio dell’artista un po’ per i condizionamenti dell’iconografia e un po’ per gli effetti che questo luogo ha prodotto nell’immaginario collettivo, ha sempre assunto toni “altri”, posizionamenti naturalmente fuori dall’ambito della normale ambientazione in cui vivono e operano le persone che artisti non sono.
L’atelier, quasi una camera delle meraviglie, un mondo fuori dal mondo e forse in collegamento con altri “mondi”, non è solo un’officina, una bottega un po’ particolare che a tratti trasuda l’immagine più tipica dell’artigiano, è un universo privato che conserva misteri negati alla maggioranza. Miscele impenetrabili di colori, armamenti per dimensionare l’incontrollabile circonvoluzione delle luci e forse macchinari in odore di alchimia, hanno reso lo studio dell’artista comunque qualcosa di incomprensibile per i non addetti ai lavori.
Anche quando è stato trasformato in anticamera per future rivoluzioni d’avanguardia, o essenziale e spoglia stanza per lavorare, vivere e anelare ad un pasto caldo in armonia con lo stile bohemien, l’atelier si è sempre sottratto a regole architettoniche, a standard strutturali, a stereotipi decorativi. Ben lo sapeva il Vasari che nelle sue non sempre puntuali descrizioni, ma sempre attentamente trapuntate di curiosità e fatti che erano pur sempre notizie nel senso giornalistico, non mancò di dilatare prospettive e inquadrature per consentire una visione più allargata dell’artista, descritto anche con l’ausilio di rapide indicazioni sul luogo, gli oggetti, le piccole schizofrenie che davano sostanza all’ambiente in cui il pittore si muoveva.
Qualche eco di quella cultura ambientale traspare nella metafora visiva di De Chirico che non sdegnò il simbolo criptico, l’ammiccamento esoterico.
Ammiccamento che evoca l’immagine dell’artista mago, capace di dare vita propria a figure solo apparentemente casuali e “parte del mobilio”. Ne abbiamo traccia nella presenza di marionette, statue, manichini che puntellano quel quasi teatro che sono gli studi di Mario Mafai o di Antonietta Raphaël.

 

 

Molte informazioni ci giungono dagli autoritratti – dal XV secolo e soprattutto tra XVIII e XIX secolo – che trovano un concreto supporto alla volontà di raccontare l’ambiente. Territorio parzialmente rappresentato nello spazio pittorico, spazio destinato così ad essere cornice per volti e corpi, testimone, ma soprattutto specchio di intenzioni e istanze creative di chi sa che la faccia non è conferma dell’autenticità dell’anima dichiarata dalle immagini e dalle parole.
Per altri artisti l’ambiente si dichiara attraverso la triangolazione con la figura della modella: la sua posizione, il suo adagiarsi tra ombre e cose, in qualche modo attiva una dialettica del riverbero della realtà in cui corpo e spazio si contendo una priorità che può concretizzarsi solo attraverso o sguardo dell’osservatore, qualcosa di imponderabile. Forse ancora un’operazione che ha in sé del magico.
Il più dichiaratamente consapevole dello stretto legame tra lo studio del pittore e il luogo della magia è stato Fortunato Delpero che con la sua tela “La casa del mago” recupera tutti quei piccoli e grandi messaggi, ora diretti ora trasversali, che trasformando il microcosmo dell’artista in un territorio dinamicamente votato alla trasformazione, alla continua rimessa in discussione di forme e pensieri.

Ma non sono necessarie caotiche presenze o apoteosi da wünderkammer, per fare grande l’atelier di un artista bastano poche cose. Ben lo sapeva Baudelaire, che descrivendo lo studio di Delacroix scriveva: “qualche studio e qualche copia di mano dello stesso maestro, bastavano a ornare quel vasto spazio, dove una luce tenue e tranquilla creava un’aria di raccoglimento”...