Lo studio dell’artista
un po’ per i condizionamenti dell’iconografia e un po’ per gli effetti
che questo luogo ha prodotto nell’immaginario collettivo, ha sempre
assunto toni “altri”, posizionamenti naturalmente fuori dall’ambito
della normale ambientazione in cui vivono e operano le persone che artisti
non sono.
L’atelier, quasi una camera delle meraviglie, un mondo fuori dal mondo
e forse in collegamento con altri “mondi”, non è solo un’officina, una
bottega un po’ particolare che a tratti trasuda l’immagine più tipica
dell’artigiano, è un universo privato che conserva misteri negati alla
maggioranza. Miscele impenetrabili di colori, armamenti per dimensionare
l’incontrollabile circonvoluzione delle luci e forse macchinari in odore
di alchimia, hanno reso lo studio dell’artista comunque qualcosa di
incomprensibile per i non addetti ai lavori. Anche quando è stato trasformato in anticamera
per future rivoluzioni d’avanguardia, o essenziale e spoglia stanza
per lavorare, vivere e anelare ad un pasto caldo in armonia con lo stile
bohemien, l’atelier si è sempre sottratto a regole architettoniche,
a standard strutturali, a stereotipi decorativi. Ben lo sapeva il Vasari
che nelle sue non sempre puntuali descrizioni, ma sempre attentamente
trapuntate di curiosità e fatti che erano pur sempre notizie nel senso
giornalistico, non mancò di dilatare prospettive e inquadrature per
consentire una visione più allargata dell’artista, descritto anche con
l’ausilio di rapide indicazioni sul luogo, gli oggetti, le piccole schizofrenie
che davano sostanza all’ambiente in cui il pittore si muoveva.
Qualche eco di quella cultura ambientale traspare nella metafora visiva
di De Chirico che non sdegnò il simbolo criptico, l’ammiccamento esoterico.
Ammiccamento che evoca l’immagine dell’artista mago, capace di dare
vita propria a figure solo apparentemente casuali e “parte del mobilio”.
Ne abbiamo traccia nella presenza di marionette, statue, manichini che
puntellano quel quasi teatro che sono gli studi di Mario Mafai o di
Antonietta Raphaël.
Molte
informazioni ci giungono dagli autoritratti – dal XV secolo e soprattutto
tra XVIII e XIX secolo – che trovano un concreto supporto alla volontà
di raccontare l’ambiente. Territorio parzialmente rappresentato nello
spazio pittorico, spazio destinato così ad essere cornice per volti e
corpi, testimone, ma soprattutto specchio di intenzioni e istanze creative
di chi sa che la faccia non è conferma dell’autenticità dell’anima dichiarata
dalle immagini e dalle parole.
Per altri artisti l’ambiente si dichiara attraverso la triangolazione
con la figura della modella: la sua posizione, il suo adagiarsi tra ombre
e cose, in qualche modo attiva una dialettica del riverbero della realtà
in cui corpo e spazio si contendo una priorità che può concretizzarsi
solo attraverso o sguardo dell’osservatore, qualcosa di imponderabile.
Forse ancora un’operazione che ha in sé del magico.
Il più dichiaratamente consapevole dello stretto legame tra lo studio
del pittore e il luogo della magia è stato Fortunato Delpero che con la
sua tela “La casa del mago” recupera tutti quei piccoli e grandi messaggi,
ora diretti ora trasversali, che trasformando il microcosmo dell’artista
in un territorio dinamicamente votato alla trasformazione, alla continua
rimessa in discussione di forme e pensieri. Ma non sono necessarie
caotiche presenze o apoteosi da wünderkammer, per fare grande l’atelier
di un artista bastano poche cose. Ben lo sapeva Baudelaire, che descrivendo
lo studio di Delacroix scriveva: “qualche studio e qualche copia di mano
dello stesso maestro, bastavano a ornare quel vasto spazio, dove una luce
tenue e tranquilla creava un’aria di raccoglimento”...