| Cosa e come spiegano questo quadro
- se mai lo prendono in considerazione, essendo un quadro sbagliato e
anche “brutto” - i professori dei licei, profondi letterati,
che dell'arte sanno spiegare benissimo quel che non hanno capito? Si perdono
in descrizioni acrobatiche di quel che vedono, della varietà dei
grigi che l'artista ha saputo trovare, dell'omaggio affettuoso ai due
amici dell'Autore che, seduti al Caffè nelle pause di lavoro (sono
due attori del teatro di varietà), trovano conforto sorseggiando
l'assenzio, liquore nocivo, che ha corroso la vita di molti consumatori
dell'Ottocento gaudente, e così via.
Nell'opera,
l'osservatore non rileva la posizione periferica delle figure, confinate
nel quadro perché emarginate nella vita. La pipa dell'uomo va fuori
campo e, dunque, è tagliata, perché la figura è moralmente
e psicologicamente assente dal quadro e, dunque, anche dalla vita attiva.
La figura femminile sembra in compagnia del collega, ma di fatto guarda
in basso con occhio languido e perso nel nulla, che è il vuoto
del destino, del futuro, che forse non verrà, un po' a causa dell'assenzio,
ma in sostanza perché i due teatranti sono i reietti di una società
emergente nell'arrivismo della Seconda Rivoluzione Industriale. E i grandi
tavoli del Caffè, sospesi, solitari e negletti reggono i contenitori
della fatale bevanda, in cui i due protagonisti annegano in una rassegnazione
che sa di disperazione.
La
prospettiva dei tavoli si somma alla profondità spaziale resa dagli
specchi opachi dietro le figure, isolate in se stesse, senza mondo attorno,
dunque senza realtà in divenire. I colori di un crepuscolo invernale
completano l'angoscia e lo squallore dei due soggetti, in una metropoli
(Parigi, dai cieli bigi) che ignora e forse disprezza chi non appartiene
alla nomenclatura degli affari, della finanza e del mondo borghese produttivo.
L'opera è una denuncia della condizione umana, un trattato visivo
di “Psicopatologia della vita quotidiana”, che l'arte figurativa,
e segnatamente Degas, percepisce e rende un quarto di secolo prima del
dottor Freud, sicché l'arte si dimostra e si pone quale attività
precognitiva attraverso la sensibilità degli artisti e l'osservazione
della realtà.
Si
comprende, allora, che anche una “banale” natura morta, o
un paesaggio richiedono una spiegazione, proprio per evidenziare le ragioni
per cui l'autore ha scelto quel soggetto, quella frutta, disposta in quel
modo personale e resa con quei colori propri di ogni opera e di ogni autore.
La mia risposta al quesito iniziale
è, pertanto, che l'arte di sempre, di qualsiasi tematica o corrente,
figurativa o astratta, dev'essere spiegata: come opera delle facoltà
creative, l'arte contiene sempre l'anima dell'essere umano che l'ha prodotta,
dell'Umanità universale che in essa si riflette, e della realtà
del mondo in cui la specie pensante vive.
Esattamente come Degas e come “L'Assenzio”.
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