L'Arte deve essere spiegata?

 

di Enzo Papa    

 

Recentemente mi è stato posto il quesito se l'arte dev'essere spiegata, oppure possono bastare i fattori artistici intrinseci per comunicare autonomamente i messaggi che essa veicola, indipendentemente dalla consapevolezza dell'artista.

Apparentemente la domanda è peregrina, e altrettanto potrebbe essere la risposta, giacché una “Natura morta” o un “Paesaggio” sono quel che l'opera d'arte mostra: un po' di frutta e oggetti raggruppati oppure una veduta di campagna, di città, di mare. Se così fosse, le “nature morte” e le “vedute” di Cézanne non sarebbero altro che frutta e oggetti o la montagna “Sainte Victoire”, facendo scivolare nella banalità alcune tra le opere dell'arte moderna massimamente significative.

Medesima considerazione può essere espressa per “L'Assenzio” di Degas (mancante nella rassegna torinese per l'eccezionale valore artistico, che sconsiglia di movimentare un'opera tra le più significative dell'Impressionismo).

Cosa rappresenta “L'Assenzio”? Due avventori al tavolo di un caffè, impaginati in modo compositivamente sbagliato, con colori terrosi, un po' acidi, con tre quarti del quadro occupati da tavoli vuoti, senza senso?

 

      Edgard Degas. L'assenzio

 

Cosa e come spiegano questo quadro - se mai lo prendono in considerazione, essendo un quadro sbagliato e anche “brutto” - i professori dei licei, profondi letterati, che dell'arte sanno spiegare benissimo quel che non hanno capito? Si perdono in descrizioni acrobatiche di quel che vedono, della varietà dei grigi che l'artista ha saputo trovare, dell'omaggio affettuoso ai due amici dell'Autore che, seduti al Caffè nelle pause di lavoro (sono due attori del teatro di varietà), trovano conforto sorseggiando l'assenzio, liquore nocivo, che ha corroso la vita di molti consumatori dell'Ottocento gaudente, e così via.

Nell'opera, l'osservatore non rileva la posizione periferica delle figure, confinate nel quadro perché emarginate nella vita. La pipa dell'uomo va fuori campo e, dunque, è tagliata, perché la figura è moralmente e psicologicamente assente dal quadro e, dunque, anche dalla vita attiva. La figura femminile sembra in compagnia del collega, ma di fatto guarda in basso con occhio languido e perso nel nulla, che è il vuoto del destino, del futuro, che forse non verrà, un po' a causa dell'assenzio, ma in sostanza perché i due teatranti sono i reietti di una società emergente nell'arrivismo della Seconda Rivoluzione Industriale. E i grandi tavoli del Caffè, sospesi, solitari e negletti reggono i contenitori della fatale bevanda, in cui i due protagonisti annegano in una rassegnazione che sa di disperazione.

La prospettiva dei tavoli si somma alla profondità spaziale resa dagli specchi opachi dietro le figure, isolate in se stesse, senza mondo attorno, dunque senza realtà in divenire. I colori di un crepuscolo invernale completano l'angoscia e lo squallore dei due soggetti, in una metropoli (Parigi, dai cieli bigi) che ignora e forse disprezza chi non appartiene alla nomenclatura degli affari, della finanza e del mondo borghese produttivo. L'opera è una denuncia della condizione umana, un trattato visivo di “Psicopatologia della vita quotidiana”, che l'arte figurativa, e segnatamente Degas, percepisce e rende un quarto di secolo prima del dottor Freud, sicché l'arte si dimostra e si pone quale attività precognitiva attraverso la sensibilità degli artisti e l'osservazione della realtà.

Si comprende, allora, che anche una “banale” natura morta, o un paesaggio richiedono una spiegazione, proprio per evidenziare le ragioni per cui l'autore ha scelto quel soggetto, quella frutta, disposta in quel modo personale e resa con quei colori propri di ogni opera e di ogni autore.

La mia risposta al quesito iniziale è, pertanto, che l'arte di sempre, di qualsiasi tematica o corrente, figurativa o astratta, dev'essere spiegata: come opera delle facoltà creative, l'arte contiene sempre l'anima dell'essere umano che l'ha prodotta, dell'Umanità universale che in essa si riflette, e della realtà del mondo in cui la specie pensante vive.

Esattamente come Degas e come “L'Assenzio”.