L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibiltà tecnica
di M. Centini
Nel 1936 il filosofo tedesco Walter Benjamin pubblicava un saggio destinato a diventare un pietra miliare per le problematiche connesse alla comunicazione: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Benjamin sosteneva che la massificazione della fotografia avrebbe determinato una vera e propria rivoluzione, concedendo a tutti di conoscere il mondo attraverso la stampa fotografica, anche senza muoversi da casa. Ne enfatizzava il ruolo “democratico” che, come ben sappiamo, è stato alla base di numerose altre rivoluzioni, prima fra tutte quella condotta dalla televisione. Ma accanto al mero ruolo di “strumento” di riproduzione, la fotografia e i fotografi hanno anche reclamato un riconoscimento maggiore, che permettesse loro di entrare nell’olimpo dell’arte. In parte ci sono riusciti, in parte no.
La collocazione della fotografia all’interno dell’universo artistico non è mai stata chiara, come invece è accaduto per altre forme di creatività. Però, in un modo o nell’altro, ha tirato avanti. Fino a quando un noto artista inglese, David Hockeny, fondatore negli anni Sessanta del movimento Pop, ha dichiarato che la fotografia è un’arte in via di estinzione. All’origine della fine annunciata la tecnologia digitale, che con i suoi mezzi sarebbe ormai incapace di rappresentare autonomamente la realtà.
Il passaggio dal soggetto al video del computer, tralasciandotutte le procedure che possono essere attivate sul piano dell’elaborazione, di certo produce una sorta di shock culturale, poiché perdere la mediazione della pellicola corrisponde a perdere un punto fermo nella nostra cultura.
E poi la fotografia, quando voleva essere artistica, aveva qualcosa di artigianale (in fase di ripresa e di stampa), che alla fine corrispondeva un po’ allo “stile” dell’artista.
Oggi con la fotografia digitale, sembrerebbe che la creatività si sia spostata dal piano della ripresa a quello della sua ricostruzione post-ripresa. In fondo si “crea” più con mouse e programmi di grafica, che a livello di inquadratura.
Forse la nuova fotografia, più che uccidere quella tradizionale, ha dato vita ad un nuovo artista, se così si può chiamare, avulso dalla realtà fotografata e concentrato sull’immagine proposta dal video.
Inoltre, secondo i sostenitori della crociata contro il digitale, la fotografia computerizzata di fatto altera la realtà, anzi la nega. In parte può essere una considerazione giusta, anche se va osservato che comunque la fotografia ha sempre “ricostruito” la realtà, anche quando il soggetto appariva “reale”. Fellini diceva che qualunque scena davanti a una macchina fotografica si trasforma in rappresentazione. Intorno a questo tema da decenni si articolano i dibattiti degli storici dell’arte e dei massmediologi: ma in buona sostanza non è stata raggiunta una posizione univoca. Oggi, forse, con il digitale tutto è più difficile. Dalla camera oscura alla tastiera del computer il passaggio non è certo indolore: quindi è normale che ci sia chi manifesti un atteggiamento apocalittico. Fu la stessa cosa nel 1839, quando all’Accademia di Francia venne presentata ufficialmente la fotografia: intellettuali e artisti insorsero perché, secondo loro, quella nuova tecnica avrebbe ammazzato la pittura. E poi sarebbe stata il carnefice per migliaia di illustratori e disegnatori a cui, fino ad allora, era riservato il compito di fornire le immagini per accompagnare ogni genere di testo.
Il tracollo sul piano dell’occupazione ci fu, anche se sul piano della creatività le cose furono più complicate di quanto previsto dagli apocalittici.
La nuova tecnica di ripresa che ha mandato in pensione pellicole e camere oscure, ha veramente rivoluzionato il mondo della fotografia. Da quando la Kodak si lanciò sul mercato con lo slogan “Voi scattate e al resto pensiamo noi”, la tecnologia fotografica non è stata mai ferma. Pellicole sempre più sensibili e macchine evolute hanno offerto ai fotografi l’opportunità per scattare più foto di qualità in condizioni di luce sempre più precarie.
Con la tecnica digitale i risultati vanno al di là di ogni immaginazione. Oggi poi, che le fotografie le fanno anche i telefonini, il nostro modo di porci nei confronti della cosiddetta istantanea è profondamente cambiato.
Le generazioni che hanno avuto il conforto del rollino, non potranno mai capire quale impegno richiedeva la fotografia ai tempi del collodio e delle lastre di vetro. Sarà la stessa cosa per i figli dei nostri figli, che non riusciranno a immaginare i tempi in cui una fotografia, prima di essere tale, doveva seguire un iter fatto di pellicola, bagni di sviluppo, carta fotosensibile, stampa. Ma anche noi ci stiamo già abituando. L’effetto principale è di ordine quantitativo. Infatti, con la fotocamera digitale si scattano moltissime immagini: forse troppe. In una gita domenicale c’è il rischio di raccogliere centinaia di scatti, tutti compattati nella virtualità che attende di essere metabolizzata in un processo di stampa.
Un numero rilevante di immagini che forse non saranno mai ingrandite e veleggeranno per un breve periodo nel gorgo della virtualità , per poi perdersi per sempre.
Passati i tempi del negativo, o della “negativa” (come lo chiamavano quelli che definivano “filmine” le diapositive), adesso si ragiona in pixel e dpi: anche questo è un chiaro esempio della grande rivoluzione che ha travolto, forse un po’ in sordina, il mondo della fotografia.
Forse, ma è un punto di vista, la fotografia digitale ha il ruolo di cambiare notevolmente anche il nostro rapporto con i ricordi.
Adesso è tutto troppo facile (o più brutto?): è possibile effettuare ogni tipo di intervento a posteriori attraverso il software del computer. Oggi la simbiosi macchina fotografica-computer è così forte da rendere bello anche chi bello non è, e viceversa. Forse non serve neppure ricordarsi di sorridere perché, alla peggio, il sorriso si ricostruisce con due colpi di mouse e un programma ad hoc. Dalla realtà al file l’immagine attraversa un percorso in odore di alchimia, un viaggio nel virtuale che solo in qualche caso conoscerà il privilegio della stampa.