Omaggio a Fontanesi


La mostra al Museo Accorsi, in via Po, Torino dal 15 febbraio al 16 giugno

di R. Curione

Antonio Fontanesi: un cervello in fuga

Nasce a Reggio Emilia, nel ducato di Modena, felicemente regnante Francesco IV d'Asburgo Este, nel 1818 da numerosa e non ricca famiglia. Rimasto orfano di padre ad appena 7 anni, nonostante i gravi problemi economici,  continua a studiare e, verso i quattordici anni, s'iscrive alle Scuole comunali di Belle Arti. Vince un premio di paesaggio nel 1834 ma solo nel 1841 troverà  un lavoro stabile come scenografo al Teatro di Reggio.

La città  considerata meno nobile fra quelle del Ducato offre al giovane Fontanesi, in realtà , molte occasioni di lavoro, con committenti anche fra Spezia e Massa divenuta, nel frattempo, terra estense. Nel giovane artista vibra però un forte sentimento risorgimentale che lo spinge a Torino (1847) ad arruolarsi nell'esercito sabaudo. Non vi riesce e ripiega come volontario nel battaglione di Luciano Manara. Il Regno Sardo è sconfitto ed Antonio, ormai trentenne, si rifugia a Lugano. Inizia così il lungo soggiorno in terra elvetica, a fianco di altri esuli. Si trasferisce poi a Ginevra, dove ottiene un grande successo. Rimane sulle sponde del Lemano fino al 1865, muovendosi però anche per la Francia, con l'ovvia tappa a Parigi. Ma soprattutto nella regione lionese instaura un proficuo rapporto artistico ed amicale con i pittori del luogo, non tralasciando il fervore patriottico che lo spinge nuovamente ad arruolarsi nella 2a guerra d'indipendenza.

Autentico giramondo, si spinge dapprima sino a Londra, ove dominano ancora  i grandi paesaggisti come Turner e Constable. Lo scultore Carlo Marocchetti (quello del Caval d' Brons, per i torinesi) lo ospita nel suo studio. Grazie al Marchese Di Breme, Direttore dell' Accademia Albertina  ottiene, dopo sfortunate esperienze in Toscana, la cattedra di Paesaggio. Ove però, morto prematuramente Di Breme, viene fortemente osteggiato dal suo successore, un ex militare dalla velleitaria vocazione artistica, persino dopo la sua morte.
Per sottrarsi al nuovo Direttore e per la cospicua proposta economica, accetta di trasferirsi in Giappone ove il Ministero d'Ingegneria  intende aprire a Tokyo una Scuola  d'Arte. L'artista, anche per la conoscenza dell'inglese e del francese, ottiene grande successo. Ma contrae purtroppo una forma di cirrosi epatica e, dopo soli 2 anni sui tre previsti, deve rientrare in Italia, nel 1878. Nel gretto e rancoroso ambiente torinese trova ancora ostacoli e solo l'intervento diretto del Ministro Michele Coppino gli consente di riavere la sua cattedra.

Morirà  dopo che le sue condizioni fisiche l'avevano già  costretto ad abbandonare l'insegnamento, in un modesto alloggio della stessa casa ove, ai piani inferiori, è ospitata ora la mostra, nel 1882.
La storia non si ripete mai allo stesso modo: certo è che già  quasi due secoli or sono i figli migliori della Penisola devono emigrare  per ottenere il meritato successo.

 

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Gaia