Le due affermazioni sono di Cennino Cennini e di Dante, il quale rilevava (e sanciva nella Commedia) la straordinaria portata della pittura di Giotto, o meglio, del linguaggio moderno che oltrepassava la cultura medievale teocentrica, per guardare a nuovi orizzonti, aperti e anticipatori della rinascita antropocentrica, umanistica e scientifica, di un secolo dopo. Come Dante, anche Giotto si esprime in “volgare”.
Giotto, attivo ad Assisi con Cimabue, era stato vicino a frate Elia, guida dei Conventuali francescani, già basiliano della Magna Graecia medievale, residuo culturale dell'ortodossia bizantina, convertito alla causa di Francesco d'Assisi per il pensiero innovativo, riformatore di una teologia vicina all'Umile e non, come a Costantinopoli, materia di contese dottrinali e, dunque, anche causa di veementi lotte socio-politiche.
Se la parola cristiana deve raggiungere tutti, anche la figurazione dovrà parlare ai semplici e agli umili, con un linguaggio comprensibile perfino agli illetterati, com'era stata la convinzione e l'affermazione di quel San Basilio (di cui frate Elia custodiva ed applicava principi e precetti) disatteso poi nel corso dei secoli. Giotto fa proprie le idee dei Francescani e, nel ciclo di Assisi, tratteggia un racconto popolare di inusitata verità realistica, in cui la vita del “Poverello di Assisi” e, in dettaglio, gli episodi salienti ed edificanti del suo operare, si offrono all'intelletto ed ai sentimenti degli osservatori che, ancor oggi, sono mossi alla commozione ed alla conversione. Esemplare è il celebre “Dono del mantello”, in cui il volto di Francesco è centrale e dominante, all'incrocio delle diagonali dell'affresco. Alle sue spalle, nel semimondo di sinistra (dietro e “sinistra”, eh! Simbolici) è il discosceso poggio, tutto crepacci, di Assisi, (città di banchieri mercanti epicurei, com'era il padre di Francesco, Bernardone), e nel semimondo di destra è la collina della Porziuncola, liscia, senza asperità , con un solo albero fiorito (uno solo: Gesù, primavera della nuova Era) e una chiesetta con il campanile (che chiama) e la porta aperta (che accoglie sempre e tutti, probi e peccatori). La cavalcatura del viandante ha il collo chino, simbolo di umiltà , nell'umiltà propria dell'asinello, coperto con una gualdrappa rossa, come il vestimento del viandante credente, pervaso di grazia e beneficiato dalla Provvidenza nel ricevere il dono del mantello della Fede, protettivo e termoforo (portatore di tepore), rifocillatore della Fede.
La scena giottesca è sintetica (sinottica, riassuntiva) e, insieme, analitica (scomposizione delle costituenti); è sintattica nella struttura (geometricamente ordinata) e simbolica nel linguaggio essenziale e diretto, una scena che lo spettatore del Trecento poteva visualizzare in un qualsiasi percorso topografico o devozionale della sua vita. Giotto è il primo artista della realtà , il primo pittore descrittivo delle “cose che si vedono” (in un'epoca in cui “la pittura si occupa delle cose che non si vedono”, secondo il Cennini). Giotto invoglia ed invita lo spettatore ad entrare nelle scene dipinte e a partecipare agli eventi di Francesco, condividendone il pensiero e l'azione, sicchè la finzione della pittura diventa realtà da vivere.
Giotto fa scuola per oltre mezzo millennio: bisogna aspettare gli Impressionisti per assistere ad una nuova rivoluzione della figurazione che, da descrittiva si fa otticamente percettiva e, poi, espressionistica. Non più pittura di ciò che si vede, ma di ciò che si “percepisce”, non solo con gli occhi ma, ancor più, con i moti ed i turbamenti dell'animo. Il realismo di Giotto è l'essenza dell'arte che parla della vita attraverso una simbologia di significato universale. |